Una domenica in Fondazione Prada

Ecco cosa succede quando delle menti geniali sanno ricavare da un vecchio complesso un vero e proprio contenitore di arte contemporanea: nasce Fondazione Prada.

Per come lo definisco io, Fondazione Prada non è un vero e proprio museo, ma più uno “spazio per l’arte contemporanea”. Al suo intero è infatti possibile trovare gabbie di vetro nel quale vi sono mosche morte suicide, spazi bui e una vista mozzafiato, solo se avrete la genialità di andare in questo stabile di giorno (e non di sera come me).

Ora, per spiegarvi per filo e per segno di cosa stiamo parlando, comincerò con un po di storia…

Siamo a Milano, vicino a Corso Lodi, quello di cui vi sto parlando fino a qualche anno fa era solo una distilleria in disuso. Una volta scoperto questo posto è sopraggiunta la mano tanto delicata, quanto artistica, di Miuccia Prada che, in unione all’ingegno dell’architetto olandese Rem Koolhaas hanno fatto nascere ciò che possiamo ammirare oggi. Una delle parti più belle, nonché panoramiche del complesso è la Torre Atlas, che in unione a tutto il resto permette all’edificio di contare un totale di ben 10 edifici, il quale ospita opere realizzate a partire dal 1960.

Io sono giunta in Fondazione Prada intorno alle 18:00 di conseguenza per il tempo abbastanza limitato ho deciso di acquistare solo il biglietto per le mostre permanenti, per quelle temporanee invece tornerò successivamente.

La visita comincia al secondo piano, qui ci sono i Tulips di Jeff Koons, che sono stati realizzati in ben nove anni. Perché sono così speciali, ma soprattutto perché sono così amati? Perché a vederli da lontano sembrano delle poltrone giganti colorate, ma nella realtà sono tutt’altro.

Il terzo piano ci fa immergere negli anni di Happy Days attraverso tre Chevrolet Bel Air del ’55, con il retro panna e il frontale rosso. A noi forse ci sembreranno gigantesche, ma nella realtà queste erano le dimensioni delle auto d’epoca. C’è però una cosa che mi ha stupita più di altre: all’interno di tutte e tre le auto c’erano tre pesanti barre di acciaio che erano situate nell’abitacolo.

Al quarto piano cambia radicalmente l’umore delle stanze stesse e di conseguenza anche di tutti coloro che vi fanno visita. Ci troviamo davanti ad un tappeto di chiodi, una serie di mobili carbonizzati all’interno di un’istallazione di Mona Hatoum chiamata “Remains of the Days”. Ci stiamo trovando dinanzi alla chiara rappresentazione di ciò che ne rimane del passato.

Al quinto piano ci imbattiamo nel ‘Pelo’! Si tratta di un gigantesco pouf, peloso, che dà su una vetrata dietro alla quale si affaccia tutta la città di Milano. Unico peccato? Non ci si può sedere sopra, ma rende una chiara idea della sua morbidezza anche solo guardandolo da lontano.

Salendo nuovamente ci troviamo al sesto piano. Siamo arrivati al ristorante (di cui non ho sfortunatamente potuto usufruire) e al settimo piano invece ci sono le toilette che sono però adibite solo a tutti coloro che hanno consumato all’interno del ristorante stesso.

Superato il reparto ‘food‘ ci troviamo all’ottavo piano. Qui ci sono appesi alle pareti dei quadri di William N. Coopley che risalgono ai primi anni ’70. Questi quadri narrano storie di sesso in maniera davvero esplicita. Al centro della sala invece troviamo delle grandi gabbie di vetro. All’interno della prima teca c’è un ombrello che ripara le anatre dalla pioggia; nella seconda teca sono raffigurate la vita e la morte. Questa teca, inventata da Damien Hirst, è piena di mosche che si lanciano sulle zollette di zucchero fino al momento in cui non cadono morte suicide sul fondo della teca. Nella terza teca infine c’è un robot che analizza i vetrini al microscopio.

Eccoci finalmente al nono piano, nonché l’ultimo. Qui troverete una porta, ma dietro ad essa non ci sarà una stanza, ma solo un corridoi buio nel quale non si vede davvero nulla. Io finché non sono uscita da questo corridoio mi sono dovuta tenere stretta al corrimano, altrimenti non sarei riuscita a proseguire.

Si va dritti, si girano angoli, per qualche minuto si sta al buio pesto con la possibilità di usare solo il tatto. Sul fondo però, ad un certo punto, si scorge una luce, non bianca, una luce rosa. Siamo appena stati catapultati nella “Upside Down Mushroom Room” di Carsten Holler. Qui vi troverete immersi tra dei giganteschi funghi che pendono dal soffitto a testa in giù. Inevitabilmente una volta giunti in questa stanza noterete che c’è un chiaro, nonché ovvio riferimento, ad “Alice in Wonderland“.

Come raggiungere la Fondazione?

Fondazione Prada è situata in Largo Isarco 2. La fermata della metropolitana è Lodi che si trova sulla linea gialla. Se preferite invece raggiungere la Fondazione in auto potrete comodamente parcheggiarla nel parcheggio gratuito per i visitatori.

Che prezzi ha?

Ha un costo, come è giusto che sia per quello che offre! Non è gratuita nemmeno la prima domenica del mese come accade invece per molti musei di Milano; non è un caso, infatti Fondazione Prada è “un’attrazione” che viene costantemente cambiata e mantenuta, ma soprattutto è un qualcosa di privato. Se vorrete partecipare sia alle mostre permanenti che temporanee il costo del biglietto sarà di 15 euro per tutti coloro che hanno più di 18 anni e meno di 65. Ci sono però delle riduzioni per tutti gli studenti universitari che, diversamente, pagheranno 12 euro. Se avrete invece intenzione di fare visita solo alla mostra temporanea o unicamente a quella permanente pagherete 10 euro il biglietto intero e 8 euro quello ridotto.

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